La tradizione vitivinicola italiana

Tradizione vitivinicola
I Greci conoscevano il territorio della penisola italiana come Enotria, ovvero “terra del vino”, a testimonianza della predilezione degli abitanti di questi luoghi per la coltivazione della vite e la produzione di vino. Questa vocazione sembra non essere stata intaccata dal passare dei millenni, trasformandosi in una tradizione che proietta oggi i vini italiani ai primi posti nel mondo.

Un percorso millenario

Questa stratificazione di secoli e secoli di tradizione enologica spiega pienamente la predilezione degli italiani per il vino di qualità e per la cultura del cosiddetto “bere bene”. In effetti, oltre ai greci del meridione, anche gli etruschi del Centro Italia producevano vino, ponendo le basi di quella che successivamente sarà la produzione vitivinicola di epoca Romana. In questo periodo, inoltre, la produzione di vino aumenta esponenzialmente, rendendolo bevanda non più riservata alla sola élite patrizia, ma diffusa anche tra il popolo. Dopo un periodo di flessione, successivo al crollo dell’impero millenario, la coltura della vite si diffonde nuovamente durante il medioevo, grazie all’opera degli ordini monastici. Attraversando il risorgimento e l’età moderna, si arriva fino al XX secolo con un trend di continua crescita e un occhio di riguardo alla qualità delle coltivazioni e alle certificazioni dei vini.

Una tradizione diffusa e certificata

Non esiste regione italiana dove non venga prodotta almeno una qualità di vino, a testimonianza della capillarità e della diffusione delle colture di vite nel nostro paese. Tuttavia, l’abbassamento del livello qualitativo all’inizio del ‘900 rese necessaria l’introduzione anche nel nostro paese di certificazioni che consentissero l’incremento e la salvaguardia della qualità e della tipicità dei vini prodotti sul territorio nazionale. La normativa di settore si è perfezionata ulteriormente nel corso degli anni, fino all’istituzione di una catalogazione dei vini per Indicazione Geografica Tipica (IGT) e per Denominazione di Origine: Controllata (DOC), Protetta (DOP), Controllata e Garantita (DOCG) e Semplice (DOS). I DOCG sono prodotti davvero su tutto il territorio italiano, e comprendono alcuni dei marchi più conosciuti e blasonati al mondo, come il Dolcetto di Dogliani, il Brunello di Montalcino, il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino, il Montepulciano d’Abruzzo e il Chianti classico.

Foto: W-FOTO – Fotolia

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Maggiori produttori di olio in Italia

Produttori olioL’industria olearia italiana vanta un notevole volume di produzione su tutto il territorio nazionale, con un fatturato complessivo di oltre 3,7 miliardi di euro. Si registra inoltre una grande domanda interna, accompagnata da consumi sempre crescenti nel corso degli anni. Ma quali sono le regioni del Belpaese nelle quali se ne produce di più?

Il Meridione in pole position

Con le sue 464.000 tonnellate di olio di oliva, l’Italia rimane è il secondo produttore del pianeta, con una quota di mercato del 28%. La Puglia si assesta al primo posto tra le regioni produttrici, con 9.500 tonnellate di “oro giallo” realizzate nel triennio 2007-2010. Segue appaiata la Calabria (9.200 tonnellate), e più staccate la Sicilia e la Campania (rispettivamente 2.000 e 1.500 tonnellate). Complessivamente il meridione realizza l’88% dell’intera produzione nazionale di olio di oliva. Toscana, Umbria e Lazio costituiscono il secondo distretto produttivo, con una quota del 5,5%. Per quanto riguarda la coltura dell’ulivo, il sud è ancora una volta l’area territoriale di riferimento, di conseguenza la maggior parte delle 220 imprese attive nel settore hanno sede in queste regioni. La Puglia conta inoltre 267.203 aziende olivicole, seguita da Sicilia (196.352) e Calabria (136.016).

Distributori e confezionatori: tra multinazionali e aziende familiari

Considerando i volumi di fatturato delle industrie attive nel comparto oleario e valutandone la redditività, l’ago della bussola vira bruscamente a nord. Infatti è in Toscana che hanno sede 3 delle 6 aziende a livello nazionale con un fatturato superiore ai 200 milioni di euro, mentre il resto del panorama aziendale è rappresentato da piccole imprese. In Lombardia hanno sede colossi come la Unilever e Minerva Oli, mentre su scala nazionale i principali confezionatori sono Van Den Bergh, Carapelli, Monini e Salov, con quote di mercato rispettivamente del 13%, 11%, 7% e 3%. Per quanto riguarda il fatturato, nel 2007 la best performance è stata di Salov, con 288 milioni di euro, seguita da Van Den Bergh con con 256 milioni e Carapelli con 250 milioni.

Foto: Sven Weber – Fotolia

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Processo di lavorazione delle olive per la produzione di olio

Produzione oliveDalla raccolta, alla spremitura, all’imbottigliamento, un corretto processo di lavorazione delle olive è un fattore fondamentale per ottenere un olio di alto standard qualitativo. I metodi artigianali hanno oggi lasciato spazio a metodologie tecnologicamente avanzate che hanno permesso di associare alla qualità del prodotto finito un volume di produzione in grado di soddisfare l’alta domanda di “oro giallo” del nostro paese.

I primi passaggi: raccolta, lavaggio, frangitura e gramolatura

Le olive possono essere raccolte secondo la procedura tradizionale, battendo i rami dell’ulivo con lunghi bastoni e raccogliendo le olive in reti poste a terra – , oppure utilizzando scuotitrici meccaniche, che garantiscono una raccolta più rapida, ma possono danneggiare la pianta. In alcune zone d’Italia è ancora molto diffusa anche la “brucatura”, ovvero la raccolta a mano direttamente sulla pianta. Segue un primo processo di pesatura, selezione e separazione delle olive e il loro lavaggio con acqua potabile in grosse lavatrici industriali. Dopodichè vengono sbriciolate insieme al loro nocciolo da un frangitore a martelli, trasformandosi in una pasta piuttosto densa. La pasta di olive viene poi sottoposta al processo di gramolatura, ovvero un mescolamento lento e costante che protratto per un determinato periodo di tempo favorisce l’uniformità e la qualità delle gocce d’olio.

Spremitura, separazione e stoccaggio

Si giunge così alla fase di lavorazione in assoluto più importante e delicata: la spremitura. Questa avviene per mezzo di centrifughe in cui la pasta di olive viene aspirata. Il movimento centrifugo consente, grazie al loro differente peso specifico – la separazione di tre diversi componenti: l’acqua, l’olio di oliva e la sansa vergine. Sottoposti a questa prima attività di filtraggio, l’acqua e l’olio di oliva vengono ulteriormente centrifugati per ottenere una perfetta separazione tra l’olio ed eventuali altre impurità in esso contenute, come ad esempio i frammenti di nocciolo. Il prodotto così ottenuto viene stoccato in grande vasche e sottoposto a controlli di qualità. Dopo due mesi di decantazione, l’olio di oliva è pronto per essere imbottigliato e commercializzato. E’ importante sottolineare che, nonostante le metodologie di lavorazione delle olive possano differire le une delle altre in alcune fasi, la dicitura “olio extravergine” può essere utilizzata solo in riferimento agli oli ottenuti da processi di estrazione meccanica.

Foto: HLPhoto – Fotolia

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Diversi tipi e qualità di olio

Olio di olivaExtravergine o vergine? Filtrato o crudo? Di oliva o di semi? L’olio è un componente base della nostra dieta quotidiana e un alimento che diamo per scontato trovare in tavola, ma gli oli sono tutti uguali? Qual è la differenza tra olio extravergine e olio di semi? In realtà il panorama degli oli commestibili è eccezionalmente ampio e variegato.

L’olio di oliva

Risultato dalla lavorazione dell’oliva, questo tipo di olio possiede caratteristiche chimiche e organolettiche dipendenti in larga misura dalla caratteristiche del terreno dove è cresciuta la pianta madre e dai processi di lavorazione a cui è stato sottoposto. Troviamo quindi l’olio extravergine, ottenuto con la sola spremitura meccanica a freddo delle olive e con un contenuto acido inferiore allo 0,8%; l’olio vergine, differente dal primo solo per il tasso di acidità (2%); l’olio vergine lampante, ottenuto dalla lavorazione delle sole olive cadute a terra e quindi molto acido; e l’olio di oliva rettificato, ottenuto trattando l’olio lampante con additivi chimici che ne riducono la percentuale di acidità. Ultimi della famiglia, gli oli di sansa (il residuo che si ottiene dopo la spremitura delle olive) vengono estratti industrialmente per mezzo di solventi chimici, e non sono commestibili se non dopo essere stati sottoposti a un processo di raffinazione e di “taglio” con oli di oliva puri.

Gli oli di semi

Ancora più numerosa e composita la famiglia degli oli di semi. Conosciuti anche con il nome di Vegetali, questi si differenziano principalmente per tipologia di seme da cui vengono estratti e per il loro contenuto di acidi grassi. Il più conosciuto è senza dubbio l’olio di semi di girasole, usato spesso per le fritture e contenente un’alta percentuale di acido linoleico e di vitamina E. Seguono l’olio di semi di arachide e l’olio di semi di lino. Il primo ha una composizione molto simile all’olio di oliva per quanto riguarda il rapporto tra contenuto di acidi monoinsaturi e polinsaturi, nonché un punto di fumo molto alto. L’olio di semi di lino è invece ricco di acidi grassi omega 3, ma risulta molto delicato e sensibile alla luce, per questo è altamente soggetto a degrado e irrancidimento. Appartengono a questa famiglia anche gli oli di semi di mais, colza, soia, colza e sesamo, nonché i cosiddetti oli tropicali.

Foto: Luis Carlos Jiménez – Fotolia

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Associazione nazionale città dell’olio

Paesaggi e coltivazioniL’olio di oliva è uno dei fiori all’occhiello della tradizione enogastronomica italiana, vero e proprio retaggio culturale del nostro paese, nonché componente d’eccellenza della celeberrima dieta mediterranea. Il suo successo in termini commerciali e di consumo lo proietta tra le prime voci dell’export made in Italy, ma lo espone anche a pericoli e fragilità che hanno richiesto una costante attività di tutela e valorizzazione negli anni.

Un’associazione per l’olio, una rete istituzionale

Sono proprio la valorizzazione dell’olio extravergine d’oliva, la promozione e la diffusione della cultura dell’olio e della sua qualità, nonché la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio olivicolo gli obiettivi che si prefigge l’Associazione Nazionale Città dell’Olio. Potremmo definirla come una rete nazionale inter-istituzionale che raggruppa in sé amministrazioni comunali e provinciali, comunità montane e camere di commercio di ben 17 regioni italiane a forte vocazione produttiva, senza scopo di lucro, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’ “oro giallo” e l’indotto orbitante attorno ad esso. Fondata nel 1994 a Larino, provincia di Campobasso, Città dell’Olio conta oggi ben 362 soci in tutta Italia e fa parte di Res Tipica, associazione per la promozione delle identità territoriali italiane costituita dall’Anci.

Eventi, web e comunicazione

L’Associazione è attiva in particolar modo nell’organizzazione di eventi a cadenza annuale dedicati alla cultura dell’Olio. Tra i molti si ricordano “Olio Capitale” – che ha contato più di 3000 partecipanti – , Frantoi Aperti, La Settima dell’Olio e i concorsi Qoco e Bimboil, rivolti rispettivamente alle giovani generazioni e ai cuochi. Un dinamismo che dimostra l’impegno dell’Associazione nel conseguimento di un altro obiettivo: l’ideazione e l’attuazione di campagne di comunicazione e marketing che consentano di diffondere e rafforzare l’immagine e le peculiarità dell’olio doc sul mercati nazionale e su quelli esteri. Rilevante l’impegno e l’attenzione dedicata al web: sul sito www. cittadellolio.it è infatti possibile iscriversi alla newsletter dell’Associazione, nonché al “Club amici città dell’olio” organo parallelo volto a mantenere e a rafforzare le relazioni costituitesi tra i soci in quasi 10 anni di attività. Il Club verrà presto affiancato da un portale on-line dedicato, nel quale amici e soci potranno scambiarsi esperienze e informazioni.

Foto: starush – Fotolia

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